21 Gen 2012

chiamalo

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a scrivere bacio
a pensare bacio
non si corre rischio alcuno.
nel dare un bacio
occorre sincerità
e questo è come essere
nudi
davanti allo specchio
nel ricevere un bacio
occorre fortezza
e questo è come essere
una volpe addomesticata
dall’amore
altrimenti sono baci usurai
altrimenti non si dona
ricevendolo
non si riceve
dandolo.
anche un bacio dato una volta
una volta sola
ad un volto
non conosciuto
può essere sincero e forte
perchè è il bacio
più rischioso
di non essere voluto

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12 Gen 2012

check around

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liberarsi da
e come
catene di resistenze
rimbalzi di accuse
indifferenza -quella odiata
postura a cui far fronte-
gioghi chiamati velluto e moine
stonature di linguaggi
per fingere di voler morire d’amore
invece che vivere per esso
bugie
storie malate di rivalsa
pregiudizio che non ascolta non legge non impara
ingombranti personalità irritanti
nella loro liquida incapacità
fanno male al cuore
fanno bene alle barricate che inevitabili si alzano.
bravo è chi può stare al di sopra di esse
a viso aperto
ad ogni tempo
come giunco
che cresce
al vento tagliente.
stringere i pugni
stringere i denti
per non riuscire a scagionarsi
non sono forte
ma non voglio nascondermi
solo per proteggermi.
i miei pensieri,
continuare a schiantarli per terra
per romperne il guscio
e lasciare
che tutti possano vedere
che sono una nuda volontà.

spezzare ogni vincolo
che i vincoli non conoscono il nome di nessuno
se non di quelli che li cercano
aprire ogni porta
perchè la curiosità è più saggia della paura
in ogni caso
graffiarsi la faccia
se è buio
non importa
quel che loro vogliono
è un problema loro
in fondo
mi incateno se cedo a queste circostanze
chiamami isolata
senza relazioni
chiamami infelice
e triste, se vorrai
il mio silenzio non varrà nulla
ma non sarà sprecato.
liberarsi da me
allora
una sfida
o un sollievo vedere
la mia prigione
o saperne uscire per poi
tornare
e chiudere le sbarre
credendo di essere al sicuro
riuscendo ogni volta
nella scena della fuga
la disarmonia che fa cadere
e capire
finalmente.

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07 Gen 2012

cosa provo

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aspetto.mi ascolto aspettare.
cambio, forse, e mi ascolto cambiare
nell’intersezione tra me e te
quello che abbiamo in comune
per sbaglio per sfida per ricerche
incompiute
che si compiono finalmente
in questo frangente.
le letture contemporanee di cui ci nutriamo
mi lasciano senza comprensione
se non dei pregiudizi inevitabili
che compongono i nostri reciprici incontri.
cosa differenzia e immaginifica
questo spazio
non lo so rappresentare
a mio agio.
è una collezione di forse
è un elenco di luoghi comuni
è un percorso iniziato
una semiretta?
una bomba che non è esplosa
un stato emotivo
o uno stato d’animo
(se poi l’animo possa avere uno stato
o essere in presenza di sè)
-altra questione irrisolta
che giustifica questa confusa interpretazione
dell’amore-
amore che si traduce in ricerca
molto meglio del contrario
amore che si traduce in fuga, certe volte,
amore che si traduce in una rivoluzione
quotidiana
senza scomporre
i voti degli esami di fisica
senza intraprendere pitture sofisticate
senza dizionari della crusca
con ferma sensazione di movimento
non rettilineo
non uniforme
a balzi piuttosto
a cadute e rincorse.
descrivimi così se vuoi un giorno
quando sapremo sorriderci da lontano
quando gli incontri ci riconosceranno ancora.
cosa c’è dietro a tutto il giorno
passato a pensare
che mi viene mal di testa
e invece era tutto qui
sotto le dita
nell’attimo prima di uscire
tu poco lontano come poco vicino
e io di schiena
di volto,
è facile e irrisolto di nuovo
è fuori dal mio comune pensiero di me
è dentro all’innaturale smontare un discorso
a brani e brandelli
per capire ogni sintagma
senza cogliere il senso di un atto di apertura.
chi mi definisce la quantità di parole
sufficienti
per allentare la presa su di sè?
chi è che ha questa formula
per rendere compatibili
il dire col sentire?
qualcosa che ci rende così unici
da non poter operare
alcuna generalizzazione di esistenza
qualcosa che ci esonda oltre la pelle
e l’abito
che solo la sensibilità riesce a risparmiare
dal pregiudizio.

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19 Nov 2011

superlativi relativi

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incomprendersi
la cosa facile delle parole
farle travestire
nel gioco delle coppie

parlare e dire
sono due cose diverse
così sinonime che si scambia
il senso
con l’idea
di aver dato un messaggio

dalla tua bocca opaca
nascono smorfie
di questioni irrisolte
e vi muore il mio bacio
debole e resistente

ho lasciato cadere una scatola piena
ho rimesso in ordine
ho dato un nome al mio gesto
ho sentito umile il mio chinarmi
ho sorriso di questa semplice verità
senza dire nulla
mi sentivo più forte

ho ascoltato i discorsi
ho risposto alle domande
ho chiesto spiegazioni
e non ho risolto
alcuna disequazione di oggi
ho anzi accentuato la distanza
tra me e te

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05 Nov 2011

extreme inside difference

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non mi sono connessa al pc
non mi sono connessa alla dimensione spazio-tempo..
piove e io cado con la pioggia.
sto scrivendo una canzone
e le parole scivolano via
come su un rullante dei subsonica.
a intermittenza.
a scatti.
a urli.
a silenzi.
ritmici silenzi.
se piove non mi limito
ad imitare qualcosa
segno il muro mentre passo
con la mano disegno le onde
del mare che vedrò di nuovo.

could someone spend much time
without recognizing himself
in his own home
making love with ghosts
crying at a mirror
with no voice
i’m not like this one
even if you’d like i am
this way

discorsi troppo comuni
mi sfiorano la voglia
di dire ciò che provo
fuori dal comune
per scoprire che
in tanti sono come me
ma senza paura di dirlo a tutti.
vuoto di bottiglia
vuoto d’aria
vuoto di messaggi nel telefono
sembrano tutti scomparsi
proprio adesso che
non mi sentivo più sola
ora che piove e potevo
dedicare il mio meglio
nascosto sotto i soliti vestiti
riconosciuti da tutti
ci sono io
che quasi nessuno conosce.

do you want me
a sexy doll
do you want me
a silent and easy woman
do you want me
a good cooker
no i’m not this way

vivo per trovare
quello che mi serve per crescere
nelle mani di chi c’è
seduto sul treno o nel cuore
spaventami con la tua assenza
so che ti cercherò ancora
nelle mani
sul treno nel cuore
perchè è esserti e averti
come un semplice soffio di vento
quando si unisce
alle foglie cadute
e le fa ballare

the time to grow
is over
now it’s time to run
through the words and the sky
run further than i can
to reach my heart
and yours
let you go inside of me
let my shy heart
be sensible.

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10 Set 2011

domanda ed offerta

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quanto costano le parole e i gesti?
e quanto si paga per non averli avuti?
chi mi conosce e conosce chi sono sa che ho avuto un’infanzia e una vita adulta normali, dove di nulla sono stata privata, dove ho avuto le mie occasioni da perdere e da sfuttare, dove ho conosciuto molte più persone di quante io abbia potuto trattare da amici, dove ho avuto uomini innamorati e amiche sincere, dove ho provato momenti di gioia, allegria, serenità e di dolore, tristezza e inquietudine. un tempo nella media. degli anni in cui ho collezionato un discreto numero di ricordi, di vincite e di sconfitte. tra queste normalità sono cresciuta. tra queste normali quanto uniche vicissitudini. sono come tanti e non sono come nessun altro. una bella scoperta quando si tratta di definire se stessi.
stamane ero in piscina. assolvevo al punto numero uno dei sei passi per mantenere ed incrementare l’intelligenza: l’esercizio fisico costante, il quale ha la virtù di aumentare il metabolismo cellulare, tra cui anche quello dei neuroni.
nuotando concentrata tra bracciate e respiri ritmici nella piscina semivuota ho preso una piccola pausa al termine di una vasca. nella corsia vicino al bordo c’era una bambina che nuotava. avrà avuto circa sette o otto anni. era minuta e bella. aveva il costume intonato con la cuffia, sul rosa, e gli occhialini neri. nuotava con evidente sforzo ma in modo coordinato. stava imparando bene a muoversi nell’acqua. era nella parte più profonda della vasca.
in piedi accanto a lei stava suo papà. un uomo che non ho guardato, lo sentivo. parlava alla sua bambina con tono sostenuto per farsi sentire da lei dentro e fuori dall’acqua. diceva frasi semplici come “ancora due, forza!”, o “respira, brava!” e cose così. incoraggiava la bambina nella sua impresa. era vicino a lei.
li ho guardati per un poco, qualche istante.
poi sono ripartita con le mie vasche.
mentre nuotavo mi sono tornati addosso dei ricordi, delle voci, ma più di tutto delle sensazioni.
ho pianto. ho pianto in piscina, ho pianto dentro gli occhialini. ho pianto immergendomi sott’acqua. ho pianto perchè provavo la rabbia che si prova quando si sente di avere avuto qualcosa che ti ha bloccato per tanti anni e ancora agisce discretamente nelle scelte che si fanno per paura o per azzardo. ho pianto perchè non vorrei dare le stesse cose ai figli che spero di avere. ho pianto perchè mi è stata insegnata un’umiltà malata di sfiducia in me, piegata poi da rancori e mutismi e troppi dolci.
mi sono ricordata quella sensazione di essere giudicata non adeguata, di essere insufficiente all’obiettivo che mi veniva trasmessa da chi forse avrebbe potuto incoraggiarmi invece di annicchilirmi. anch’io ho nuotato fin da bambina. e in questo campo ed in altri come la scuola, i progetti, il lavoro, la patente, gli amici, il ragazzo, non lo sapevo che avrei potuto essere incoraggiata e guidata in famiglia. per me era normale sentire di non farcela e di sbagliare, fino al punto in cui ho preferito evitare di farmi conoscere e riconoscere, aspettando di sentirmi libera quando fossi uscita di casa.
ho parlato di questi ricordi con alcune colleghe più grandi di me. mamme da tanti anni i cui figli hanno poco meno della mia età.
le affermazioni che ho ricevuto indietro sono state ragionevoli e giuste, tutte legate alla convinzione che un genitore dà affetto e se noi figli non ce ne ricordiamo è perchè non ci accorgiamo degli sforzi e dei sacrifici fatti per noi, ingrati di default. affermazioni prevedibili da parte di un genitore.
io do ragione a queste affermazioni così generali quanto pregiudicate e personali.
sentendo quel papà mi è venuto spontaneo il confronto con le mie esperienze. mi fa male dirlo, scriverlo, ammetterlo, ma davvero non ricordo un episodio simile. al contarrio ricordo molto nitidamente molte frasi che esprimevano nei miei confronti l’inadeguatezza che sprigionavo da tutti i pori. mi fa male dirlo. ora che sono adulta e ho perdonato, ora che sono adulta e non ho più bisogno di ricevere conferme per sentirmi bene o male con me stessa, ora che sono adulta e finalmente so e sento consapevolemnte di amare i miei genitori, ora che sono adulta ancora provo un dolorino nella gola per tutte le volte in cui mi sono sentita brutta e scomoda.
basta così poco per evitare questo. e così altrettanto poco per crearlo. la differenza sta nel fatto che per evitarlo è necessario essere presenti a se stessi e riconoscere una persona nel figlio anche se piccolo. mentre provocare senso di sfiducia è più semplice perchè probabilmente si dà voce all’istinto e non alla riflessione. e sono solo parole. sono solo gesti.
io lo so questo, lo sperimento tutti i giorni nel mio lavoro di insegnante (prima ed ultima parentesi, perchè non mi piacciono le parentesi in un discorso scritto: credo che il mio lavoro non sia stato scelto a caso). se dessi voce alla prima cosa che mi viene in mente da dire ad un alunno che sbaglia non è certo un incoraggiamento ma è la manifestazione di una frustrazione personale che non riconosce la domanda indiretta che mi sta ponendo il mio alunno che non ha capito qualcosa. l’imprinting che ho avuto è lì, sotto pelle. sbottare e mortificare è la cosa più facile da fare, veloce e immediata e come risultato si ottiene un bambino che non crede di potere riuscire, un bambino che odia la sua maestra, un bambino umiliato. in dieci anni di lavoro nella scuola ho imparato a dire qualcosa di diverso da questo imprinting: dire e avere pazienza insieme perchè il compito non è del bambino ma è mio, è dell’adulto e consiste nel trovare il canale giusto per chi fa fatica a capire il mio. è vero che il maestro lo fa l’alunno e non il contrario.
così come il genitore lo fa il figlio e non il contrario.
da adulta ora comprendo le varie dinamiche della mia crescita, tante variabili sociali, psicologiche, economiche che hanno contribuito all’educazione che mi è stata data e ai canoni interiori che mi sono stati trasmessi volutamente o no. sono proprio questi ultimi quelli più profondi che lasciano traccia nell’anima, nel carattere e nel comportamento di una persona, sono le cose che non ci si accorge di avere dentro ma che si rivelano nella quotidiana vicinanza. e comprendo anche che tante persone probabilmente hanno ricevuto questi messaggi simili a quelli che ho ricevuto io. forse sono io più refrattaria di altri al cambiamento nonostante cerchi di esercitarlo tutti i giorni.
ora, mentre assolvo ad un altro dei sei punti per mantenere ed incrementare l’intelligenza, ovvero bere una ragionevole quantità di caffè, meglio se senza zucchero, perchè stimola le sinapsi, mi accorgo che scrivendo di queste riflessioni mi sento alleggerita da una parte e ancora legata ad un antico rancore dall’altra.
non lo so se potrò essere liberà da questo stato di cose ma ci sto lavorando attraverso un continuo tentativo di migliorarmi nel comprendermi prima di tutto e quindi nel conoscermi e mostrarmi sinceramente a chi amo. anche ai miei. grande rivoluzione per me. dopo anni di mancata conoscenza reciproca delle nostre essenze. dopo anni di non dialogo e di supposizioni tanto fasulle quanto dolorose. ci sto lavorando attraverso l’esercizio del mio lavoro che mi dà la possibilità di imparare a controllare quelle sensazioni che mi rispecchiano nel mio genitore, forse troppo giovane e non abituato a manifestare sentimenti. ci sto lavorando attraverso l’aiuto delle persone che mi incoraggiano e mi criticano abbracciandomi e delle persone che si lasciano accompagnare da me nelle loro vite.
nel mio precario equilibrio conquistato con ogni parola, perso a volte per fatti o aspettative, resto appesa al mio filo e procedo nella mia normale vita fatta di cose uniche al mondo.

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03 Set 2011

sei uno che si scrive

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ho voglia di te
delle tue scarne parole
che mi dedichi quando camminiamo
del tuo modo arruffato
di essere così normale
dentro l’apparenza di un essere
lavoratore senza traccia
mi piaci perche hai questo abito
e nn lo fai apposta
sei così
che se cammini sei una persona normale
e mi sorridi per dirmi cosa vuoi.
mi piaci perchè
dietro a questo sedersi sulle panchine
delle piazze notturne
tu dedichi una vita al pensiero
e alla ricerca delle parole
che io cerco e d’istinto
ne trovo sempre di diverse
di confuse
tu le hai chiare e lucide
come nero di scarpa da uomo elegante
che nn ti ho visto mai ai piedi
e nei tuoi magazzini risiedono
tutte quelle cose che
mi toccano nello stomaco e
mi svegliano il sonno
quelle letture del mondo
che mi lasciano a pensare
di averti capito
per un frammento minuscolo,
un’ipoglicemica cellula
che si lega alla dolcezza
della smorfia
di quando sai
di avere
ragione.

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01 Ago 2011

quarta dimensione

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la dimensione del viaggio porta
i percorsi ai piedi
li fa sembrare tortuosi
sul momento
li fa percepire troppo lunghi.
la dimensione del viaggio è quel che chiama
la sensibilità
della scrittura
per me
scrivo di ogni frammento
nella andatura lenta dell’osservatore
nell’andatura rapida dei pensieri.
i passi stentano
i ricordi li devi catturare al volo
per ricollegarli alle sensazioni che
hanno causato e che
permangono
insistenti
come certi sapori
certi odori
i ricordi, che scherzo sono a volte
sembrava averli dimenticati
invece qualcosa li smuove del loro letto di nuovi eventi
sotto cui giacciono
per tempi e spazi.
e poi ogni volta è come doverci fare i conti
nuovamente
metterli in fila
e soppesarli avendo come unico paragone
la propria vita attuale.
la dimensione del viaggio
mi porta sempre qualcosa su cui riflettere
e qualcosa che con fatica e volontà
ho rimpicciolito, di cui ancora non mi ero resa conto.
il peso, intendo, il peso di ricordi
lo vedo meglio, mi sembra.
passato il tempo,
passati i luoghi,
dimenticate le voci
il viaggio mi fa ricordare
quelle emozioni più dure
come i paesaggi che mi trovo ad attraversare
con le scarpe sbagliate.
fa troppo caldo
fa troppo freddo.queste
dimensioni della pelle e dei ricordi
si portano in naturale equilibrio
mentre l’acuto
di quelle stesse voci
scema e si scolora
assomigliando sempre di più
ad una comprensione abbozzata di quello che ero
di quello che sono
di quello che voglio.
la dimensione del viaggio mi porta
troppo vicino a me
così vicino che mi sembra
di sentire il sale scivolare via
anche dall’anima.
la dimensione del ritorno porta
anche un po’ di mal di testa
e mi richiede qualche ora per tornare
a casa
anche con tutti i pensieri.

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02 Lug 2011

secondo punto

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datemi un caffè ora per favore
datemi un senso da esercitare
per essere di nuovo nuova
questa giornata
che non ha avuto i confini usuali
che ha esaurito gli sguardi
che continuava a cercare
nella penombra delle luci
del viale là sotto
nel buio intorno che si mangiava
tutte le espressioni del viso
datemi questo caffè
per ritrovare un percorso di discesa
che mi collochi
nel tempo di adesso
12.07
nello spazio in cui sono
la mia stanza
per scendere e toccare con i piedi dell’anima
questo pavimento usato
datemi il caffè ma nessuno
mi risponde
mi alzo allora mi sento che sto soffrendo ancora
mi cancello.
come può un’anima essere in bilico
in perfetto ritardo
nella sospensione della scelta
e trovare la propria natura?
questo fa di me un’immatura
della vita
una fame di strade sperimentate lentamente
una e una possibilità frammentata in infinite rifrazioni
di pensiero
che pochi mi corrispondono
eppure è questo sbaglio continuo
che mi salva dal non essere me
senza eccellenze
senza penitenze che avrei meritato
senza la minima idea concreta
delle convenzioni sul bene e sul male
che ancora non mi sono chiare
e com’è che tutti lo sanno invece
12.15
la mia stanza
il caffè
non so quando è finito ieri
quando è iniziato oggi
a pensarci bene non so nemmeno quando è iniziata la mia vita
me l’hanno solo detto
e io ci devo credere
è ancora poco illunimato qui
dentro di me
è come il bivio di una strada che non conosci
e non sei pronto
per esplorarla e scoprire come andrà
non ti resta che tornare indietro
quando esauriscono le scorte nell’attesa
di capire da quale parte andare.
a volte rifare il percorso all’indietro
svela più cose che proseguire
ad ogni costo

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14 Apr 2011

aurora sogna

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il primo giro del mondo
durato il tempo di riconoscermi
il tempo di ricordare.
ieri il primo giro del mondo
qualcosa per cui valeva la pena
essere biasimata
il primo giro del mondo
quello che rimane
quello che si racconta
per fare partecipare dei propri sogni
esplodeva non più rabbia.
tre anni fa, rabbia.
ora, voglia di esserci.
è cambiato
quello che mi rappresentano le cose.
non importa a questo punto
dove sia stata ieri
era il mio giro del mondo
perchè era un miracolo
vedermi lì
un miracolo essere
e goderne
un miracolo ricevere la grazia
del volersi bene.
forse esagero
in fondo era solo un concerto rock
una seconda tappa per me
e viverla più intensamente di tre anni fa
è stata una sorpresa.
avrei giurato che come allora, mai più.
ero impaurita allora
usavo la musica forte
per chidere aiuto forse
il grido che non ero capace di darmi
e ora ballavo e basta.
ballavo ballavo ballavo
sapevo cosa mi sarebbe stato dato
e basta
mi importava solo che potessi esserci.
sarebbe potuto essere il giro dell’isolato
quello di ieri
la sostanza di me è cambiata
e l’ho riconosciuto.

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