quanto costano le parole e i gesti?
e quanto si paga per non averli avuti?
chi mi conosce e conosce chi sono sa che ho avuto un’infanzia e una vita adulta normali, dove di nulla sono stata privata, dove ho avuto le mie occasioni da perdere e da sfuttare, dove ho conosciuto molte più persone di quante io abbia potuto trattare da amici, dove ho avuto uomini innamorati e amiche sincere, dove ho provato momenti di gioia, allegria, serenità e di dolore, tristezza e inquietudine. un tempo nella media. degli anni in cui ho collezionato un discreto numero di ricordi, di vincite e di sconfitte. tra queste normalità sono cresciuta. tra queste normali quanto uniche vicissitudini. sono come tanti e non sono come nessun altro. una bella scoperta quando si tratta di definire se stessi.
stamane ero in piscina. assolvevo al punto numero uno dei sei passi per mantenere ed incrementare l’intelligenza: l’esercizio fisico costante, il quale ha la virtù di aumentare il metabolismo cellulare, tra cui anche quello dei neuroni.
nuotando concentrata tra bracciate e respiri ritmici nella piscina semivuota ho preso una piccola pausa al termine di una vasca. nella corsia vicino al bordo c’era una bambina che nuotava. avrà avuto circa sette o otto anni. era minuta e bella. aveva il costume intonato con la cuffia, sul rosa, e gli occhialini neri. nuotava con evidente sforzo ma in modo coordinato. stava imparando bene a muoversi nell’acqua. era nella parte più profonda della vasca.
in piedi accanto a lei stava suo papà. un uomo che non ho guardato, lo sentivo. parlava alla sua bambina con tono sostenuto per farsi sentire da lei dentro e fuori dall’acqua. diceva frasi semplici come “ancora due, forza!”, o “respira, brava!” e cose così. incoraggiava la bambina nella sua impresa. era vicino a lei.
li ho guardati per un poco, qualche istante.
poi sono ripartita con le mie vasche.
mentre nuotavo mi sono tornati addosso dei ricordi, delle voci, ma più di tutto delle sensazioni.
ho pianto. ho pianto in piscina, ho pianto dentro gli occhialini. ho pianto immergendomi sott’acqua. ho pianto perchè provavo la rabbia che si prova quando si sente di avere avuto qualcosa che ti ha bloccato per tanti anni e ancora agisce discretamente nelle scelte che si fanno per paura o per azzardo. ho pianto perchè non vorrei dare le stesse cose ai figli che spero di avere. ho pianto perchè mi è stata insegnata un’umiltà malata di sfiducia in me, piegata poi da rancori e mutismi e troppi dolci.
mi sono ricordata quella sensazione di essere giudicata non adeguata, di essere insufficiente all’obiettivo che mi veniva trasmessa da chi forse avrebbe potuto incoraggiarmi invece di annicchilirmi. anch’io ho nuotato fin da bambina. e in questo campo ed in altri come la scuola, i progetti, il lavoro, la patente, gli amici, il ragazzo, non lo sapevo che avrei potuto essere incoraggiata e guidata in famiglia. per me era normale sentire di non farcela e di sbagliare, fino al punto in cui ho preferito evitare di farmi conoscere e riconoscere, aspettando di sentirmi libera quando fossi uscita di casa.
ho parlato di questi ricordi con alcune colleghe più grandi di me. mamme da tanti anni i cui figli hanno poco meno della mia età.
le affermazioni che ho ricevuto indietro sono state ragionevoli e giuste, tutte legate alla convinzione che un genitore dà affetto e se noi figli non ce ne ricordiamo è perchè non ci accorgiamo degli sforzi e dei sacrifici fatti per noi, ingrati di default. affermazioni prevedibili da parte di un genitore.
io do ragione a queste affermazioni così generali quanto pregiudicate e personali.
sentendo quel papà mi è venuto spontaneo il confronto con le mie esperienze. mi fa male dirlo, scriverlo, ammetterlo, ma davvero non ricordo un episodio simile. al contarrio ricordo molto nitidamente molte frasi che esprimevano nei miei confronti l’inadeguatezza che sprigionavo da tutti i pori. mi fa male dirlo. ora che sono adulta e ho perdonato, ora che sono adulta e non ho più bisogno di ricevere conferme per sentirmi bene o male con me stessa, ora che sono adulta e finalmente so e sento consapevolemnte di amare i miei genitori, ora che sono adulta ancora provo un dolorino nella gola per tutte le volte in cui mi sono sentita brutta e scomoda.
basta così poco per evitare questo. e così altrettanto poco per crearlo. la differenza sta nel fatto che per evitarlo è necessario essere presenti a se stessi e riconoscere una persona nel figlio anche se piccolo. mentre provocare senso di sfiducia è più semplice perchè probabilmente si dà voce all’istinto e non alla riflessione. e sono solo parole. sono solo gesti.
io lo so questo, lo sperimento tutti i giorni nel mio lavoro di insegnante (prima ed ultima parentesi, perchè non mi piacciono le parentesi in un discorso scritto: credo che il mio lavoro non sia stato scelto a caso). se dessi voce alla prima cosa che mi viene in mente da dire ad un alunno che sbaglia non è certo un incoraggiamento ma è la manifestazione di una frustrazione personale che non riconosce la domanda indiretta che mi sta ponendo il mio alunno che non ha capito qualcosa. l’imprinting che ho avuto è lì, sotto pelle. sbottare e mortificare è la cosa più facile da fare, veloce e immediata e come risultato si ottiene un bambino che non crede di potere riuscire, un bambino che odia la sua maestra, un bambino umiliato. in dieci anni di lavoro nella scuola ho imparato a dire qualcosa di diverso da questo imprinting: dire e avere pazienza insieme perchè il compito non è del bambino ma è mio, è dell’adulto e consiste nel trovare il canale giusto per chi fa fatica a capire il mio. è vero che il maestro lo fa l’alunno e non il contrario.
così come il genitore lo fa il figlio e non il contrario.
da adulta ora comprendo le varie dinamiche della mia crescita, tante variabili sociali, psicologiche, economiche che hanno contribuito all’educazione che mi è stata data e ai canoni interiori che mi sono stati trasmessi volutamente o no. sono proprio questi ultimi quelli più profondi che lasciano traccia nell’anima, nel carattere e nel comportamento di una persona, sono le cose che non ci si accorge di avere dentro ma che si rivelano nella quotidiana vicinanza. e comprendo anche che tante persone probabilmente hanno ricevuto questi messaggi simili a quelli che ho ricevuto io. forse sono io più refrattaria di altri al cambiamento nonostante cerchi di esercitarlo tutti i giorni.
ora, mentre assolvo ad un altro dei sei punti per mantenere ed incrementare l’intelligenza, ovvero bere una ragionevole quantità di caffè, meglio se senza zucchero, perchè stimola le sinapsi, mi accorgo che scrivendo di queste riflessioni mi sento alleggerita da una parte e ancora legata ad un antico rancore dall’altra.
non lo so se potrò essere liberà da questo stato di cose ma ci sto lavorando attraverso un continuo tentativo di migliorarmi nel comprendermi prima di tutto e quindi nel conoscermi e mostrarmi sinceramente a chi amo. anche ai miei. grande rivoluzione per me. dopo anni di mancata conoscenza reciproca delle nostre essenze. dopo anni di non dialogo e di supposizioni tanto fasulle quanto dolorose. ci sto lavorando attraverso l’esercizio del mio lavoro che mi dà la possibilità di imparare a controllare quelle sensazioni che mi rispecchiano nel mio genitore, forse troppo giovane e non abituato a manifestare sentimenti. ci sto lavorando attraverso l’aiuto delle persone che mi incoraggiano e mi criticano abbracciandomi e delle persone che si lasciano accompagnare da me nelle loro vite.
nel mio precario equilibrio conquistato con ogni parola, perso a volte per fatti o aspettative, resto appesa al mio filo e procedo nella mia normale vita fatta di cose uniche al mondo.